Dio 的个人资料(¯`·._.(God's eye - il b...照片日志列表 工具 帮助

日志


Grazie a Dio, sono Ateo ^_^

Vi proponiamo qua una funzionale icona per evitare che, quando il senno Vi si annebbia per l'ira, Vi sfuggano inutilmente bestemmie, per far sì che non Vi condannaniate inutilmente alla Dannazione Eterna.
 
Come usarla:
 
- Scaricasi e Stampasi l'immaGine (in fondo al txt)
 
- Rimuovasi il Crocefisso dalla stanza in cui vi trovate (eviterete così in un sol gesto anche inutili diatribe politiche)
 
- Appendasi invece l'utilissima icona (con cura et letizia)
 
- Nel momento in cui sentite il bisogno di inserire all'interno di una frase una qualsivoglia bestemmia (in particolar  
  modo Porco dio, x la quale funziona ben meglio la praticissima icona) non dovete far altro che indicare il
  quadretto con cui avete sostituito la croce col figlio di Dio inchiodato. Vi sentirete subito meglio,
  catarticamente  liberati, quasi come se aveste bestemmiato; e allo stesso tempo vi sareste riscattati dalla
  Dannazione Eterna, avendo voi omesso la tremenda interiezione.
 
Questa pratica è usata da millenni dai monaci cistercensi, da quelli circoncisi e da quella Vecchia Volpe di Ratzinger.
 
 
Per malfunzionamenti e/o reclami vedasi: http://spaces.msn.com/ganzanderen

:p

 

What If God Smoked Cannabis?


If God had long hair and a goatee
And if His eyes were pretty glazed
If He looked spaced-out
Would you buy His story
Would you believe He had an eye infection

And yeah, yeah, God looks baked
Yeah yeah God smells good
Yeah, yeah, yeah yeah yeah

What if God smoked Cannabis
Hit the bong like some of us
Drove a tye-died micro bus
And He subscribes to Rolling Stone

When God made this place in the beginning
Did He plant any seeds or did He put them there
For Adam and Eve so they'd be hungry
For the apple that the Snake
Was always offering

And yeah yeah God rolls great
Yeah yeah God smells good
Yeah, yeah, yeah yeah yeah

What if God smoked Cannabis
Do you suppose He had a buzz
When He made the platypus
When He created Earth our home
Does He like Pearl Jam or the Stones
And do you think He rolls His own
Up there in Heaven on the throne
And when the saints go marching home
Maybe He sits and smokes a bowl

A proposito di Tetrapiloctomia: La GraMMaTica PoLiTeiSTicA

Nel politeismo dio , essendi un nome comune - di dei ce ne son tanti-, avrà necessariamente la minuscola.
(ad avere la maiuscola saranno, ad es, nomi propri come Zeus e Dioniso)
Questo errore è indice del marcato etnocentrismo della nostra grammatica.
E' in questo contesto che si sviluppa  la Grammatica Politeistica, che va a integrarsi nel "Progetto per una Facoltà di Irrilevanza Comparata" , di Echiano eco ^_^, per la precisione nel Dipartimento di Terapiloctomia.
Per maggiori informazioni: http://spaces.msn.com/ganzanderen/

pUò La TeoFania VeRIfiCarSi AL di FuoRi Di un eSpeRieNza pSichedeLica?

Pare che all'interno della storia dell'uomo e degli dei la ierofania sia una condizione necessaria per la legittimazione del sacro. Ma può questa verificarsi in assenza dell'alterazione chimica della percezione? 
O meglio: l'estasi chimica e l'allucinazione non hanno forse, di per sè, la caratteristica di suggerire all'uomo l'esistenza di una realtà altra, non tendono forse a legittimare l'inspiegabile e suggerire l'irrazionale per mezzo della decostruzione dell'aspetto razionale del reale? Eh?
E poi non può essere un caso che tante religioni considerino sacre proprio piante e funghi allucinogeni.
Eccheccazz.
Vedasi, ad esempio,  il Soma (Amanita muscaria) per gli indiani; Teonanacatl (gli Psylocibe, "carne degli Dei") per gli Aztechi - Toltechi, Mescalito (Peyotl) per i culti sciamanici CentroAmeriCani, etc. etc.
 
 
 
Insomma:
Dio=Droga
 
oppure
 
Ierogenesi -> Droga       (leggasi secondo la notazione logica)
 
 
Il che è abbastanza divertente (ma che brutte sono le emoticon di MSN?)
 
La domanda è: potrà dopo la nostra asserizione, Das Ganz Andere restare tremendum, fasinans et augustum?
 
Eh?

(A)TEOLOGIA

peR Chi NoN Mi CReDe...
 
 
 

Gianluca Miligi


Note su ateologia e ateismo


1. Natura e obiettivi dell’“ateologia”. Intorno al Trattato di ateologia di M. Onfray



Nel solco del complesso di questioni, posizioni filosofiche e ideologiche riguardanti l’ateismo, s’inserisce il recente Trattato di ateologia di Michel Onfray (1). Qualche notizia e precisazione preliminari: Onfray si è segnalato per la sua posizione “militante” a sostegno di un materialismo edonista; autore di saggi filosofici non “accademici” - tra quelli usciti in lingua italiana: Cinismo (1992), La politica del ribelle (1998) -, è il fondatore dell’Università Popolare di Caen. La sua non vuole essere un’analisi teoretica, ma piuttosto un esercizio di decostruzione di idee e pratiche legate alle dottrine monoteistiche. In primo luogo Onfray distingue il termine “ateologia”, coniato da Bataille, dal troppo pregiudicato “ateismo”. Come viene ricordato, quest’ultimo in senso compiuto risale al 1532, mentre «esiste nel secondo secolo dell’era volgare presso i cristiani che appellavano e stigmatizzavano gli átheoi: quelli che non credono nel loro dio resuscitato il terzo giorno» (2); questi sono stati anche definiti, con un ossimoro, “atei politeisti” (Harnack). Rimane valida al riguardo la distinzione fatta da Karl Löwith, nel saggio Wissen und Glauben, a partire dalla constatazione che la filosofia classica greca non si muove entro l’aut-aut di fede e sapere ma entro la differenza tra epistéme (conoscenza) e doxa (opinione). ‘Ateo’ è in ogni caso un termine che in sé implica “una negazione, una mancanza, un buco, una contrapposizione”: è l’immoralista, l’eretico, in un’accezione, mentre dall’altra, quella dell’Autore, è l’uomo realmente libero – fino al punto di negare l’esistenza di Dio -, colui che non soggiace nessuna autorità, il vero filosofo (l’esempio storico più noto di un'accesa controversia sulle implicazioni ateistiche di una filosofia è quell’Atheismusstreit che alla fine del ‘700 coinvolse il pensiero di Fichte). La concezione generale da cui muove Onfray è una “reale teoria dell’immanenza, un’ontologia materialista”. Il suo obiettivo è svelare la storia della religione, dei tre monoteismi, come raccolta di miti, favole, invenzioni.

Il Trattato nella sua prima parte espone alcune chiavi “metodologiche”: il discorso – questa è la sua cifra caratteristica – si sviluppa come una decostruzione razionale di miti (eseguita specialmente nella sua seconda parte), attraverso la critica delle incongruenze, contraddizioni, “follie” delle dottrine di ebraismo, cristianesimo e islamismo, in alcuni frangenti opportunamente distinte, in altri debitamente accomunate. Il libro in questione si differenzia da un’altra, voluminosa, opera sul tema, La storia dell’ateismo di Georges Minois (3), la quale ha invece un carattere marcatamente storiografico. Onfray critica questo lavoro per la sua eccessiva genericità riguardo la nozione stessa di “ateismo”: il giudizio è parzialmente condivisibile, anche se il dichiarato intento del suo autore è trattare «la storia degli increduli, raggruppando sotto questa definizione tutti coloro che non riconoscono l’esistenza di un dio personale che intervenga nella loro vita: atei, panteisti, scettici, agnostici, ma anche deisti, stanti le infinite sfumature che distinguono tali posizioni».
L’obiettivo del Trattato, come accennato, non è analizzare le aporie logiche, ad esempio, dell’idea di una creazione del mondo dal nulla, o sostenere l’antico principio greco, precisamente melissiano, dell’“Ex nihilo nihil” (4); neppure dimostrare l’inconcepibilità di un Essere infinito, eterno e perfetto che produce l’essere, l’esistenza del finito, contingente e imperfetto. Su questo punto, nel testo, seppur datato e connotato ideologicamente, L’ateismo moderno di M.Verret, vengono espressi in modo sintetico e chiaro i termini della questione: «Dio è definito come un puro spirito, infinito e perfetto. Ma perché un tale Dio creerebbe dunque? Lucrezio lo faceva notare: se gli dèi sono perfetti e comprendono in sé stessi la somma di tutte le realtà possibili, come concepire un’esistenza che non sia ancora? Se Dio al contrario è l’infinito in atto, nessuna produzione supplementare di essere è più possibile, perché essa è già; e bisogna tenersi a Parmenide: “L’Essere è, il non essere non è”. In questa eternità senza origine, nessuna creazione è possibile. A meno che Dio abbia bisogno della creazione. Ma non sarebbe questo la confessione della sua imperfezione?» (5).
Su altro piano, ma sempre riguardante il “rapporto” tra l’Essere eterno e l’esistenza-mondo - nel cristianesimo in particolare riferibile al Lógos giovanneo -, bisogna fare i conti ancora con la granitica tesi parmenidea; come scrive F. Cordero: «Niente vieta di presupporre l’“eterno” purché stia immobile, inscindibile, senza “prima” e “poi”; appena entra nello spazio-tempo vi resta impigliato come nell’esclamazione di Maldoror: “È fatta, qualcosa di orribile sta per entrare nella gabbia del tempo”. Parmenide che lo ha capito, risolve la filosofia in un’enorme tautologia: l’Essere è». Pare impossibile, quindi, in una dottrina che vuol essere anche razionale, aggirare l’ontologia parmenidea, la più profondamente antimetafisica (6). Il problema rimane sempre lo stesso: la contraddizione di pensare il cominciamento dell’essere (di qualcosa) da “un” nulla (7). In questo àmbito andrebbero prese seriamente in considerazione anche alcune analisi di Feuerbach esposte nella sua critica della filosofia hegeliana: citiamo al riguardo solo un passo: «Si è rimproverato ai filosofi pagani di non aver superato l’eternità del mondo, della materia. La materia ha per loro soltanto il significato dell’essere, era soltanto l’espressione sensibile per ‘essere’; l’unica cosa che si rimprovera loro è quindi di averla fatta oggetto di pensiero. Ma forse che i cristiani hanno davvero fatto sparire l’eternità, cioè la realtà dell’essere? Non hanno fatto altro invece che trasferirla in un essere particolare, nell’essere divino, che essi pensavano come fondamento di sé stesso, come essere privo di inizio». E che ne è del ‘nulla’ e del suo ruolo nell’idea di creazione? Lo si rende una “quasi-materia”, «dato che è da esso, ex nihilo, che deve essere creato il mondo»: si rivela quindi come un ‘qualcosa’, in un pensiero che non può non implicare un’‘entificazione’ (8).

Ritornando al Trattato: tramite esso Onfray si fa promotore di un ateismo principalmente pratico. In concreto, secondo la sua interpretazione tutte le dottrine monoteistiche si rivelano incentrate sul rifiuto della morte, della finitezza dell’uomo, del mondo, con conseguente invenzione dell’esistenza di un dio, di un oltremondo o antimondo, di una vita ultraterrena. Al riguardo ricordiamo il bruciante aforisma di Kafka: «Alla vita terrena non può far seguito un Aldilà, perché l’Aldilà è eterno, e perciò non può stare in contatto temporale con la vita terrena» (9).
A prescindere dalle critiche alle astrusità del pensiero teologico proposte da molti filosofi, che rimangono però al di qua del limite della negazione dell’esistenza di Dio, nella genealogia del vero e rigoroso ateismo Onfray individua alcune figure fondamentali. Il primo è il curato francese Jean Meslier (1664-1729), il quale ha scritto un originalissimo Testament (o Memoria dei pensieri e dei sentimenti…), opera pubblicata postuma: il suo merito è quello di aver negato ogni dimensione della divinità (10); egli, aggiungiamo, è stato anche uno strenuo sostenitore del materialismo («È evidente che l’essere materiale è in ogni cosa, che ogni cosa ha origine dall’essere materiale, e che ogni cosa si riduce alla fine a l’essere materiale… »). C’è poi l’illuminista Paul Henri Thiry D’Holbach (1723-1789), il quale ha smontato il cristianesimo in una fondamentale opera di demistificazione. Altro pensatore decisivo per Onfray è Feuerbach, il quale nella sua opera maggiore, L’essenza del cristianesimo, ha decostruito il concetto di Dio e svelato la religione come pratica di alienazione, alienazione dell’essenza dell’uomo nella presunta oggettività di Dio: come noto, la teologia viene risolta nel quadro di un’antropologia.
Ma il filosofo che ha dischiuso la via del vero ateismo è Nietzsche, con il quale «Per la prima volta compare nel paesaggio occidentale un pensiero postcristiano elaborato e radicale». Nietzsche è colui che «pur senza portare a termine dal solo tutto il compito dell’ateologia, lo rende finalmente possibile». Una tesi interessante, anche se non elaborata teoricamente, è che soltanto l’ateismo rende possibile l’uscita dal nichilismo (debitamente distinto dal primo). Per Onfray si deve assumere il nucleo migliore del pensiero nietzscheano, ossia il suo rivelare la trasvalutazione - la negazione dei valori etico-religiosi tradizionali - che sola può consentire il passaggio ad un’altra morale, ad un'etica nuova, basata su valori inediti. Cosa bisogna fare allora? “Insegnare l’ateismo”, il che implica «un’archeologia del sentimento religioso», la scoperta del suo vero motore interno (sulla scia di Lucrezio): «la paura, il timore, l’incapacità di guardare in faccia la morte, l’impossibile coscienza dell’incompletezza e della finitudine degli uomini…» (11). Solo per questa via si potrà inaugurare un’era postcristiana.

L’epoca attuale sarebbe segnata non dall’ateismo bensì dal nichilismo: ma si deve dissolvere la distorsione ideologica della nota tesi, esposta da Dostoevskij nei Fratelli Karamazov, secondo cui “Se Dio non esiste, allora tutto è permesso”. È vero piuttosto il contrario, precisa Onfray con una controtesi incalzante: “Poiché Dio esiste, allora tutto è permesso”. È infatti con la giustificazione di un’istanza trascendente, con l’affermazione del Dio unico, vetero e neotestamentario, e dell’agire in Suo nome, che sono state prodotte - difficile negarlo - incredibili nefandezze nel corso della storia: Inquisizione, roghi, guerre di religione e quant’altro. L’Autore snocciola una casistica minuziosa del lucreziano Tantum religio potuit suadere malorum.
L’ateologia si sviluppa così su una decisiva via destruens, di decostruzione radicale del complesso di finzioni create dalla religione: le “fiabe” (si veda il recente libro di F. Cordero, Fiabe d’entropia), le “invenzioni”, nobilitate dallo statuto di dogmi e sacramenti (e che si trasformano in “mercantie”, come le definiva fronte all’Inquisizione il mugnaio friulano Domenico Scandella-Menocchio alla fine del ‘500). Le finzioni, poi, in senso ideologico possono portare a forme di oppressione, mentre in senso psicopatologico suscitano gravi nevrosi (a partire da quelle di san Paolo) e isteria collettiva. Onfray quindi, in modo molto acuto, individua lo zoccolo duro dell’“epistéme ebraico-cristiana” (epistéme intesa come complesso di discorsi e rappresentazione del mondo che informa e cristallizza un’epoca): questa consiste «Nell’idea che la materia, la realtà, il mondo non esauriscono la totalità: […] resta qualcosa: una forza, una potenza, un’energia, un determinismo, una volontà, un volere». Oltre lo spettacolo del mondo, assurdo, irrazionale, mostruoso, “deve” esistere qualcosa di ulteriore che giustifichi, legittimi, dia senso e offra l’agognata salvezza. All’opposto, l’ateismo implica l’abbandono di ogni forma di trascendenza, essendo per sua natura teoria radicale dell’immanenza e teoria dell’immanenza radicale. Ma, si noti, ci sarebbe anche un persistente “ateismo cristiano”, quello che dai Vangeli a Kant, fino a parte del pensiero contemporaneo, si fonda su una rappresentazione essenzialmente immanente del mondo. Esso però soggiace ancora a determinati inalterabili valori: carità, temperanza, compassione ecc., ed è inoltre contaminato dalla visione paolina: rifiuto del corpo, delle pulsioni, delle passioni. Si deve allora compiere il passaggio all’ateologia, ad un “ateismo ateo”, significativo pleonasmo, il quale è costruito invece sulla negazione dell’esistenza di Dio unita alla negazione di parte dei suddetti valori. Solo così si apre lo spazio per l’instaurazione di una nuova epistéme, diversa, alternativa: è una posizione non nichilistica, e che vuole essere costruttiva.
Onfray espone quindi con estrema chiarezza tre princìpi-obiettivi concreti – “i cantieri inaugurali” – del lungo lavoro dell’ateologia (perseguiti nelle successive sezioni del libro): è preliminare (1) la decostruzione dei tre monoteismi, che si muovono sul medesimo terreno: «tanto odio imposto con violenza nella storia da uomini che pretendono di essere depositari e interpreti della parola di Dio» ossia della verità; odio per l’intelligenza, cui preferiscono obbedienza e sottomissione; odio per la vita: tutti e tre condividono la tanatofilia, sono animati cioè dalla stessa “pulsione di morte” (il Todestrieb freudiano); odio per il corpo e la sua libera espressione (sesso in primis); odio per il mondo, con l’occhio rivolto ad un beatifico Aldilà.
In secondo luogo si deve operare una (2) decostruzione del cristianesimo e infine (3) una decostruzione delle teocrazie (a partire dalle critiche all’impero totalitario cristiano di Costantino), le quali istituiscono il potere in nome di Dio esercitando il dominio sulle coscienze e i comportamenti degli uomini.


Intermezzo sull’asimmetria del rapporto credente-non credente

Questione non direttamente analizzata da Onfray, ma che ci pare implicita nel suo discorso, è quella dell’intransigenza-intolleranza in chi, il credente, ritiene di essere “in possesso della Verità”. Innanzi tutto la verità è in tal modo considerata alla stregua di un “oggetto”, si potrebbe dire, metaforicamente, come una spada da impugnare (e brandire) (12). Il contenuto di fede è quindi la verità, ma in termini di Rivelazione divina, la “Parola storica di Dio”. Significativa è la tesi di Tommaso d’Aquino su questa linea (anche se espressa per negazione): «Non è lecito ritenere che, essendo così evidentemente confermato da Dio, ciò che viene affermato per fede sia falso» (Summa contra gentiles, I, 7): tesi fondamentale di tutto il messaggio cristiano, dell’Antico e del Nuovo Testamento. Perché non è possibile la sua falsità? È Dio a rivelare il contenuto di fede, a confermarlo, in modo “evidente”, quindi è vero: ingiustificato ricorso ad un termine, 'evidenza', che nulla ha, e può avere, dell’evidence anglosassone, ossia della “prova” razionale. Riguardo invece la pretesa di esclusività della verità di fede, essa fu ben tematizzata e contrastata, tra gli altri, da Jaspers: «Il contenuto di fede non è inteso solo come qualcosa di incondizionato, ma come qualcosa che esprima la verità esclusiva» (13): questa esclusività rappresenta un dato fondamentale della realtà religiosa del cristianesimo. Ecco un corollario: «La pretesa di possedere la verità esclusiva ha generato la pretesa di dominare il mondo». In questo quadro si delinea allora un mondo nettamente diviso in due, tertium non datur: colui che non ha fede è fuori della verità, e inoltre la mette in dubbio, la insidia, la nega (è nell’errore e, moralmente, nel male: da un lato Veritatis splendor (14), dall’altro “tenebre”); la sentenza di Gesù “Chi non è con me è contro di me” è in tal senso eloquente. In diversi gradi - agnostico, eretico, ateo – l’incredulo è in sé un personaggio “pericoloso” nei cui confronti si delineano diversi atteggiamenti, tutti segnati però da intolleranza: primo, deve essere reso innocuo (non deve nuocere alla Verità) o persino direttamente eliminato, annientato; secondo, deve “abiurare”, piegarsi a riconoscere il Vero, il dogma o convertirsi; terzo, per anime religiose più miti, deve essere ricondotto – spesso con la formula “per il suo bene” - sulla strada della salvezza e della vita eterna.
Questa congenita intransigenza è opposta al principio di tolleranza. Ciò non vuol dire che quella sia sempre, e per fortuna, esercitata anche se, come continuamente ricorda Onfray, la storia esibisce innumerevoli testimonianze in negativo. Il non credente quindi non può non suscitare uno scandalo (skándalon): egli è “impedimento” al salvifico affermarsi della verità-fede, “pietra d’inciampo” ossia caduta nell’errore. Il rapporto credente-non credente non è quindi di per sé mai simmetrico, paritetico. Il secondo non cela, secondo coerenza, intenzioni di conversione del primo all’ateismo (che altrimenti si rivelerebbe come aporetica “fede” negativa). In quanto razionalista il non credente è incline alla tolleranza poiché considera l’altro semplicemente soggetto ad un’illusione (qualcosa che non ha realtà, ed è inoltre destinata a scomparire, come riteneva Freud in Avvenire di un’illusione). In generale, l’esistenza di chi è soggetto ad illusioni, “vittima” di credenze, nella varietà di tipologie umane, al non credente-ateo non suscita alcun problema “filosofico” o esistenziale (15).

Merita di essere meditato anche lo “strano paradosso” in cui sono rinchiusi, secondo Onfray, i tre monoteismi: «la religione risponde al vuoto ontologico scoperto da chiunque si accorga che un giorno dovrà morire […] che ogni esistenza si svolge per un breve periodo tra due nulla. Le favole accelerano il processo. Esse impiantano la morte sulla terra in nome dell’eternità in cielo» (16). Con quale fallimentare risultato? Di sprecare “il solo bene di cui disponiamo”, ossia la materia viva dell’esistenza. Come efficacemente sintetizza l’Autore: “rinunciare a vivere per non dover morire” è una deviazione, a causa della quale alla morte si paga due volte il tributo: ancora pulsione di morte. Segue un lungo elenco di odi, disprezzi, proibizioni: l’odio primario è quello nei confronti dell’intelligenza, esemplificato dal significato di “sottomissione” del termine Islàm. Nel cosmo religioso operano le due fondamentali coppie ‘lecito/illecito’, ‘puro/impuro’ (vi è una vera e propria ossessione della purezza), l’ultimo termine associato principalmente al corpo, di cui si sviscerano maniacalmente tutti gli aspetti negativi. I tre monoteismi condividono la visione del mondo per cui il puro è «l’Uno, Dio, il Paradiso, l’Idea, lo Spirito; di fronte l’impuro: il Diverso, il Molteplice, il Mondo, il Reale, la Materia, il Corpo, la Carne» (17).
Il nucleo delle religioni monoteistiche si condensa inoltre intorno ad un Libro sacro: esso però dovrebbe essere letto «con occhio filologico, storico, filosofico, simbolico, allegorico, e in ogni altro modo che dispensi dal credere che siano libri ispirati e scritti sotto dettatura di Dio» (18). Al riguardo sono citati alcuni dati incontrovertibili: nessun evangelista ha conosciuto direttamente Gesù, quindi non ne ha ascoltato la predicazione; il canone testamentario è il risultato di un’opinabile selezione ideologica nel quadro di un ampio e stratificato corpus di scritti: i testi non scelti diventano apocrifi (su tutti i Vangeli gnostici), letteralmente “sconosciuti, segreti”, ma più abitualmente “non autentici” (!); Maometto non ha scritto il Corano (il testo è successivo di qualche decennio alla sua morte), e così via. La conclusione è che i cosiddetti Libri sacri sono nient’altro che opere di uomini. Ma acutamente Onfray segnala un altro fatto: il Libro sacro esclude, per sua natura, in quanto presunto testo della Rivelazione divina, tutti gli altri libri. Ecco allora la consequenziale persecuzione delle opere pagane, eterodosse o eretiche, che sfocia nell’istituzione nel XIV secolo del famigerato Indice dei libri proibiti: la Bibbia «col pretesto di contenere tutto, impedisce tutto ciò che non contiene». Questa è la legge oppressiva del Libro unico, totale, integrale, la quale genera un gravissimo impoverimento del pensiero.


Intermezzo sul pensiero “eretico” di Galilei

Apriamo, sulla linea di un’interpretazione storiografica sostenuta da Onfray, una parentesi galileiana che contiene importanti implicazioni filosofiche. La Chiesa cattolica avversa la concezione atomistica del mondo: come L’Autore correttamente afferma sul ‘caso Galileo’, questi non è stato condannato per la sua difesa dell’astronomia copernicana quanto per la sua posizione materialistica. Andando al punto nevralgico della questione: il materialismo atomistico mette in crisi il dogma della transustanziazione nell’Eucaristia, “il sacramento dei sacramenti”. La Chiesa sostiene la presenza vera, reale e sostanziale del corpo e del sangue di Cristo nel pane e nel vino: manipolando concetti di derivazione aristotelica, la dottrina ufficiale sostiene che pur permanendo per volontà di divina le ‘specie sensibili’, ossia gli accidenti del pane - colore, sapore, calore ecc. -, grazie al miracolo eucaristico la sostanza è stata trasmutata: accidenti reali senza sostanza originaria (del pane e del vino). Galileo nel Saggiatore (1623) si fa invece sostenitore dell’identificazione occamistica di quantità (o estensione, accidenti) e sostanza: in particolare, implicitamente, della permanenza reale della quantità come sostanza figurata o, in altri termini, di particelle sostanziali esplicanti gli accidenti sensibili. Tutto questo confuta il dogma della transustaziazione. È in gioco niente meno che il nucleo soprannaturale del cristianesimo, insidiato da sempre “alle spalle” dalla dottrina atomistica, in primis di Epicuro. Per questo Galileo, che se ne mostrò seguace, fu inchiodato dall’occhio clinico del Tribunale del Sant’Uffizio (l’attuale ‘Congregazione per la Dottrina della Fede’), braccio gesuita dell’ortodossia, che colse nelle sue teorie il germe dell’eresia.
A questa scoperta uno storico della scienza, Pietro Redondi, ha dedicato un voluminoso e interessantissimo libro (un po’ al margine della storiografia più accreditata) dal significativo titolo, Galileo eretico: una serrata, e a nostro giudizio convincente, analisi dottrinale e soprattutto storica, filologica e documentaria, che dimostra il vero, anche se occulto, motivo della condanna galileiana (19). Se ufficialmente Galileo fu condannato nel 1633 perché sospettato di aver sostenuto la dottrina eliocentrica, malgrado i dinieghi formali di fronte all’autorità ecclesiastica (nel 1616 e nel Dialogo) – condanna per eresia inquisitoriale o disciplinare -, egli in realtà fu fin dall’inizio accusato di ben più grave colpa: eresia teologica o dottrinale o eresia tout court – “opinione inconciliabile con la fede cattolica e contraria all’autorità della tradizione teologica”. Nello specifico la sua era un’eresia nominalista e atomista contro il dogma eucaristico.
Non si può negare il fatto che dal lontano ‘600 ad oggi atomismo e materialismo, che rappresentano scientificamente un’implicita confutazione della metafisica aristotelico-tomistica, sono tra le teorie più avversate e ufficialmente condannate dalla Chiesa.

Rivolgiamoci nuovamente al Trattato: dal punto di vista teorico, il monismo atomista si oppone alla “schizofrenia dei monoteismi” che giudicano e valutano il ‘qui e ora’ - mondo sensibile, Terra - in nome di un Altrove - modello soprasensibile, Cielo -, al dualismo platonico-cristiano. «A forza di trovarsi tra queste due istanze contraddittorie, nell’essere si crea una voragine, una ferita ontologica che non è possibile richiudere. Da questo vuoto esistenziale impossibile da colmare nasce il malessere degli uomini». È l’unità materialistica che permette di evitare metafisiche “piene di buchi”: «Infatti la logica di chi pensa che la realtà sia costituita esclusivamente di materia e che il reale sia riducibile alle sole manifestazioni terrestri, sensibili, mondane, fenomeniche, impedisce l’erranza della mente e la frattura col solo e vero mondo» (20). L’‘altro mondo’ è costituito da creazioni fantastiche, l’Angelo (che sarebbe nato da rifiuto della figura della donna) e il Paradiso, di cui Onfray mette a nudo minuziosamente le assurdità (v. il capitolo “Desiderare l’inverso del reale”), anche di quelle connesse all’elogio della purificazione sessuofobica, della ferrea mortificazione del corpo. Nonostante la voluta semplificazione di molte delle tesi dell’Autore - non argomentate ma usate piuttosto come attacchi critici -, quella che mette in luce il cosiddetto dualismo platonico-cristiano non è davvero sostenibile. Intercorre infatti una notevole differenza tra l’ontologia della dottrina delle idee e quella della trascendenza e della creazione del mondo: le idee platoniche rappresentano la struttura ontologica o, in un certo senso, trascendentale del mondo dei fenomeni. A prescindere dalle aporie interne del concetto, la “partecipazione” all’Idea, all’éidos, eterna e immutabile, conferisce l’essere al mondo fenomenico: l’idea è il “che cosa è” di ogni ente sensibile. Ben diverso lo scenario della teologia monoteistica per cui sussiste una differenza assoluta, radicale, tra l’Essere supremo-Creatore e la realtà del mondo, che dal nulla sarebbe creato (21).
Nella III sezione del libro, Onfray viene ad affrontare direttamente il corpus dottrinario-ideologico del cristianesimo, esordendo sulla questione dell’esistenza storica di Gesù. Subito ne dichiara l’insostenibilità, ma anche – è interessante – la relativa importanza: di essa si occupano infatti solo gli “appassionati di dibattiti inconcludenti”. Ciò che è rilevante dal punto di vista filosofico-antropologico sono invece le risposte alle questioni sulla dimensione di “costruzione ideologica” del personaggio Gesù: «Come è nata la costruzione chiamata Gesù? Per farne che cosa? Con quali scopi? […] Chi ha creato questa finzione? In che modo prende corpo questo mito?» (22). Se il potere di questo “fantasma” su un impero (romano) e sul mondo è stato enorme, compito dell’ateologia è far vedere come e da chi (su tutti Paolo di Tarso e, politicamente, l’imperatore Costantino) è stato progressivamente costruito.


2. Una critica teoretica dell’ateismo. La questione del monismo e dell’immanenza


Abbiamo incontrato nella teoria ateologica di Onfray, che si offre come una visione del mondo e filosofia pratica più che come una concezione speculativa, i termini-chiave di ‘monismo’ e ‘immanenza’. Trasferiamoci in tutt’altro àmbito e tenore filosofico, da un ateismo pratico ad una critica teoretica dell’ateismo stesso.
Quarant’anni fa (1964) uno dei più importanti pensatori cattolici del Novecento, Cornelio Fabro (da ricordare i suoi importanti studi su Tommaso e Kierkegaard), dedicava un ponderoso e impegnato libro al tema in questione: Introduzione all’ateismo moderno. Fabro critica i suddetti concetti in quanto sono alla base dell’ateismo, che egli intende confutare: «Il “monismo” costituisce la struttura ontologica propria dell’ateismo, ma l’affermare un’unica realtà esige la soppressione della molteplicità e delle distinzioni del reale» (23). Una figura radicale è in tale prospettiva Spinoza, il cui panteismo o “panenteismo” «sopprime la distinzione metafisica, cioè sul piano dell’essere, di Dio dal mondo e dall’uomo. Per Spinoza l’essere è unico cioè la Sostanza…». Strutturalmente connesso al monismo è il “principio di immanenza o di appartenenza” della verità alla coscienza, al cogito cartesiano, principio che nel pensiero moderno viene in vario modo sviluppato (la prima e fondamentale formulazione è il concetto spinoziano di Dio causa sui, con cui si compie un passo decisivo in direzione del superamento radicale della trascendenza). Ad esso viene opposto il “principio di trascendenza o di causalità” (24), mediante il quale sarebbe concepibile filosoficamente il Dio cristiano. L’opposizione, in una “dialettica senza fine”, è quindi tra la concezione tomistica e quella spinoziana, «fra l’esse di S. Tommaso e l’existentia di Spinoza: quello dice l’assoluta trascendenza di Dio cioè separazione di pienezza di perfezione ossia l’appartenenza di Dio “a sé stesso”, l’existentia invece esige l’appartenenza a Dio dei modi e attributi».
In un altro passaggio Fabro sostiene invece che il principio di appartenenza, cui viene opposto il principio di causalità (25), si esprime nel riconoscimento che il molteplice e il vario non sono che le apparenze o presentazioni dell’Uno e dell’identico – il cogito, la coscienza, il pensiero – e che gli appartengono necessariamente. Questa sorta di ontologica reductio ad unum però non implica la totale cancellazione o negazione della molteplicità. Al di la di ciò, in questa sede interessa, nel quadro delle “istanze teoriche nella problematica dell’ateismo”, il piano logico dell’argomentazione dell’Autore: «l’errore dell’ateismo va individuato – e perciò confutato – nel primato ch’esso dà al “principio di identità”, scavalcando il principio di (non) contraddizione» (26). E' una formula sorprendente che sembra scindere alla radice i due princìpi. Il principio d’identità non può essere il primo «perché il mondo non è il tutto e perché l’uomo si distingue dal mondo […] la loro diversità fonda la presenza nella conoscenza e la possibilità del rapporto». Non si può neanche spiegare il mondo col mondo e l’uomo con l’uomo, altrimenti si porrebbe a fondamento ancora il principio d’identità. Nella concezione di Fabro quindi il mondo tout court non può esibire un’identità “forte”, ovvero l'autosussistenza ontologica, ma è intrinsecamente scisso: già questa interpretazione appare un po’ capziosa poiché mondo e uomo costituiscono in ultima analisi l’unità del creato. Qual è allora per Fabro la strada giusta da percorrere? Andare più a fondo mediante il principio di contraddizione, per superare le presunte aporie dell’ateismo, in particolare del monismo materialistico e di quello idealistico: il primo lascia lo spirito, la coscienza, senza fondamento, il secondo il mondo. Non si comprende bene in ogni caso in che senso vi sarebbe una contraddizione: non si tratta di dialettica reale, e ci sembra quindi più sensato parlare di “semplice” distinzione.

Si deve chiarire però un punto: l’assunzione che è a monte di questa come di tutte le altre concezioni teistiche (ma anche, surrettiziamente, di ogni filosofia in quanto si domanda quale sia la ratio o il principio di ciò che esiste) è quella della trascendenza: essa rivela una co-implicazione con l’idea di creazione. Tale prospettiva è ben individuata, ad esempio, da Löwith: «Se per “mondo” intendiamo il cielo e la terra uniti, la fede nella creazione nega che tutto il mondo visibile, e la totalità dell’essere, compreso l’uomo, esistano per natura» (27). Viene sottratta così alla natura la physis e il kósmos, riducendo all’assurdo la natura nella sua naturalità. Siamo di fronte ad un principio assolutamente fermo, come sostiene anche Joseph Ratzinger: «Si crea una separazione tra la natura universale e l’Essere che la fonda, che le dà la sua origine»: distinzione netta tra fisica e metafisica (28), metafisica assoluta. Ma un altro aspetto, tanto necessario al pensiero cattolico quanto filosoficamente insostenibile, dato che si risolve in vuota affermazione, è il dichiarato carattere “razionale” della fede cristiana: essa non si basa sulla poesia e la politica, bensì sulla conoscenza: «Nel cristianesimo, la razionalità è diventata religione e non più il suo avversario», insiste l’attuale Papa Benedetto XVI, in conseguenza del fatto che la creazione è “provenienza da una mente, da un lógos”.

Scendiamo ancora più a fondo nella teoria di Fabro: l’esperienza attesta che l’uomo è “di più” del mondo poiché lo conosce e trasforma, così come il mondo è “di più” dell’uomo poiché lo condiziona e minaccia. Il reciproco “di più” tra uomo e mondo sarebbe «il segno del tanto “di meno” che ciascuno ha verso l’essere», inteso come fondamento. Così l’accettazione inevitabile del principio di contraddizione è, implicitamente, la posizione del problema di Dio, dell’esigenza del trascendimento e della Trascendenza contro l’ateismo immanentistico. Questa, in sintesi, l’argomentazione di Fabro: essa può essere tradotta nei seguenti termini: l’uomo – pensiero, coscienza - è ulteriore e, insieme, limitato dal mondo – essere, realtà esperibile; il mondo è ulteriore e, insieme, limitato dall’uomo. Si evidenzia quindi la reciproca appartenenza - «il rapporto di appartenenza [distinzione e dipendenza] esclude per definizione l’identità» -, un processo mutuo di fondazione, per cui uomo e mondo sono simmetricamente fondanti-fondati. Ma essi in quanto tali sarebbero entrambi limitati, inferiori, rispetto all’Essere supremo, a Dio che li trascende in quanto fondamento: «Principio supremo che pone i termini di quel rapporto senza essere soggetto al rapporto stesso». Il vero teismo consiste, in ultima istanza (da intendersi in senso letterale), nella concezione di Dio come supremo Principio ontologico, distinto dal mondo – uomo e realtà fisica - da lui creato, e come Principio Spirituale, Persona divina. Ontologicamente il mondo e l’uomo non sono autosussistenti: è necessario allora un fondamento, trascendente, che li sostenga. Ma Fondamento, Principio, Causa che sia, Dio si presenta come un ente e rimane dipendente da ciò che come fondato o derivato è necessario a rivelare quella sua presunta natura. È questa, a nostro giudizio, un’insidiosa forma di appartenenza, che sussiste anche nell’idea di creazione: se la facoltà di creare è propria dell’essenza divina, la creatura-mondo rivendica però una sua consistenza ontologica. Spettro dell’ateismo, così come qualificato da Fabro? Una questione che almeno andrebbe presa in debita considerazione. In conclusione, egli incentra i suoi argomenti sulla dicotomia tra il pensiero moderno in cui l’immanenza è costitutiva e fondante rispetto all’essere (ateismo), e il realismo in cui è l’essere che, con il suo darsi e presentarsi alla coscienza, fonda e porta all’atto la coscienza stessa: questa diventa così coscienza dell’essere, e la verità conformità all’essere medesimo. In entrambi i casi, però, e non solo nel primo, come pensa Fabro, coscienza e essere sono originariamente separati.
Il discorso è molto complesso, ma in generale si esclude a priori l’obiezione per cui, che si parta da una concezione o dall’altra, è sempre nella dimensione della coscienza o del pensiero - nella sua “indifferenza” dal pensiero - che l’Essere stesso può giungere ad una definizione o esibire un senso.


3. Conclusione: una “via filosofica”


Abbiamo illustrato il contenuto della critica decostruzionistica di Onfray, che ha il merito e l’utilità di cogliere i punti più aporetici, assurdi, delle dottrine monoteistiche e i dogmi che incidono pesantemente su una positiva, materialistica e edonistica visione del mondo. Fabro rappresenta invece l’opposto totale: un tentativo teoretico di destrutturare gli assunti basilari dell’ateismo. L’uno pro e l’altro contra, si riferiscono a punti fermi comuni: ateismo è monismo e immanenza (in un caso, l’ateismo riduce tutto l’essere al mondo, al “conoscibile”; nell’altro, esso si basa sul primato del cogito, quindi del “pensabile”). Ma molte questioni sono più complesse: i concetti, le categorie e i rapporti che mettono in gioco non sono sempre consistenti e privi di interne contraddizioni.
La filosofia che negli ultimi decenni ha riproposto una forma nuova e radicale di “eresia” - con la quale si è confrontato Fabro, in particolare in L’alienazione dell’Occidente (1981) - è quella di Emanuele Severino. Esistono al riguardo diversi documenti: la critica con conseguente condanna della Congregazione della Fede del suo pensiero e, dalla parte opposta, la controcritica severiniana contenuta in Essenza del nichilismo (“Risposta alla Chiesa”, cui si rimanda).
La riflessione di Severino risulta imprescindibile per delineare un diverso approccio al tema dell’ateismo. Che se ne condividano o meno le conclusioni, rappresenta la libertà di un’analisi filosofica che, al di là delle definizioni, va al nucleo delle questioni. Senza minimamente pretendere di cogliere la complessità del pensiero di Severino, discutiamo brevemente la sua posizione. In Pensieri sul cristianesimo (1995) – ci riferiamo in particolare al capitolo XXVII - egli parte da questa considerazione: «Per l’ateo esiste soltanto il mondo. Dio è “troppo”: un sogno […] Rispetto a chi crede in Dio, l’ateo riduce quindi i confini della realtà» (29), sino a farla coincidere col mondo. Qui i termini sono chiari: il “senza-Dio”, l’á-theos, poiché Dio è la fonte di tutto, è il “totalmente privo”, insipiens e malvagio secondo la Scrittura (quell’insipiens che “dixit in corde suo: Deus non est”). Si delinea però la domanda: se esiste solo il mondo, come pensa radicalmente l’ateo, che cos’è il mondo per lui? È l’insieme delle “cose che nascono e muoiono, che erano nulla e torneranno ad esserlo”. Questo è peraltro il pensiero che caratterizza l’intera cultura contemporanea. Ci si deve poi chiedere, per complemento, cosa sia il mondo per Dio: è ciò che egli crea, le cose che, con la sua onnipotenza, fa uscire dal nulla: «Egli inoltre invece di crearle avrebbe potuto lasciarle nel nulla». Una prima parziale conclusione: «L’ateo pensa che non esista un Dio che faccia uscire le cose dal nulla e ve le risospinga. Dio pensa di essere lui la forza suprema che fa uscire le cose dal nulla e ve le può risospingere» (30). La diversità tra le due posizioni, che pur sussiste, secondo Severino si ritrae sullo sfondo: emerge così, inevitabilmente, il fatto che pensano qualcosa di identico, è ciò è “decisivo”. Rimane comunque il dato che, almeno nelle tesi, una certa forma di ateismo sostiene – si pensi in particolare all’atomismo materialista – l’eternità del mondo al di là delle infinitamente possibili configurazioni di enti di cui esso in un dato momento si compone.

Ma certo l’argomentazione di Severino scende a ben altro livello di profondità: l’identico in cui convergerebbero la posizione dell’ateo e quella di Dio, di chi crede in un Dio onnipotente e creatore, consiste in ciò: «entrambi pensano che le cose del mondo escono dal nulla e vi ritornano. L’ateo e Dio concordano sul senso delle cose». Senso qui significa “essenza”: la cosa oscilla tra l’essere e il niente. E quindi, prima di stabilire se un terreno, il mondo, abbia o non abbia un padrone, secondo metafora, è necessario intendersi, suggerisce Severino, su che cosa sia un “terreno”. In termini espliciti: «prima ancora di stabilire se vi sia o non vi sia un Creatore, è necessario intendersi su ciò che una cosa è». Ma quel che condividono l’ateo e Dio, e il cristianesimo – nonostante le innegabili, almeno ideologicamente, divergenze -, coinvolge tutte le forme della cultura e della civiltà occidentale: ogni ente è esposto al nulla, in origine e destinazione.
Da qui si sviluppa l’analisi della contemporaneità e il discorso sulla Tecnica. In che senso Severino sostiene che «La Tecnica è la forma più radicale di ateismo»? In quanto essa ha sostituto Dio nell’impresa di far uscire le cose dal nulla e di risospingervele. Ma – questo è il punto fondamentale - l’anima della Tecnica è l’anima stessa di Dio, ossia Dio è la “forma originaria della Tecnica”. Più precisamente, si deve dire che la Tecnica è ateismo poiché ha abbandonato il “vecchio” Dio del monoteismo ebraico-cristiano (con tutte le sue deviazioni antropo-logiche), pur mantenendo in sé la natura di quello: la “convinzione di essere “Forza suprema” che governa l’esser nulla e l’annientamento delle cose, il divenire. Per dare una definizione al fondo comune dei due “contendenti” Severino, come è noto, parla di nichilismo, concezione che coincide con l’alienazione della verità e l’imporsi della “follia suprema” nel mondo dell’Occidente. L’essenza del nichilismo è la fede nel divenire - l’uscire dal e lo sprofondare nel nulla degli enti; il nichilismo, con metafora incisiva, è “il cuore che batte nell’ateo e in Dio”. Qual è l'esito? «Prima ancora di dire “Dio non è”, l’ateo dice nel suo cuore più profondo “Le cose il cielo e la terra sono nulla”» (31). La medesima cosa dice Dio, prima di dire “Io sono il Creatore del cielo e della terra”: è lo stesso vale anche per la Tecnica o per qualsivoglia entità Creatrice-Distruttrice.
Sia l’ateo che Dio affondano quindi le loro radici nel nichilismo. Il primo non si limita a ridurre la realtà al mondo, perché la riduce da ultimo al niente; il secondo priva le cose dell’essere o, meglio, si illude di privarle dell’essere (in quanto ne vorrebbe essere creatore), che loro compete per necessità. Allora, traducendo in termini più evocativi: «L’intesa tra l’ateo e Dio è la stessa intesa tra l’omicidio e il comandamento di non uccidere». Alla domanda di quale sia il compito del pensiero filosofico, la risposta è: pensare al di fuori della costrizione del nichilismo e cercare di fissare il senso autentico dell’essere: né ateismo, né teologia, per come la tradizione occidentale li ha paradossalmente pensati.
Intanto, o almeno, si può tornare a riflettere sul senso di una divinità che non è quella, che si pretende unica, delle religioni monoteistiche: una divinità che concede di più al rigore pensiero razionale. Pensiamo a quel divino che, come riteneva Epicuro, nella sua suprema perfezione non bisogno di altro da sé, etereamente indifferente al mondo e alle sorti dei mortali che lo abitano.

Note______________________________________


(1) Michel Onfray, Trattato di ateologia, Fazi Editore, Roma, 2005.
(2) Karl Löwith, Wissen und Glauben (1954), in Storia e fede, Laterza, Bari, 2000, cfr. pp. 48-50: «Nell’antichità non si trova un corrispettivo alla differenza tra ortodossi, miscredenti, increduli. Possono esserci delle eresie soltanto dove ci siano delle ortodossie e ci possono essere degli atei soltanto dove vi siano anche dei credenti. L’ateismo non è una differenziazione religiosa rispetto alla fede, ma è un tipo politico di eresia in rapporto ai fondamenti religiosi della polis. L’ateismo era asèbeia e questa era un oltraggio che la polis puniva».
(3) Michel Verret, L’ateismo moderno, Editori Riuniti, Roma, 1970: il titolo originale è Les marxistes et le religion (1961).
(4)
Tito Lucrezio Caro, La natura delle cose, Rizzoli, Milano (1990), 1914, trad. di Luca Canali: «Non posse creari de nilo neque item genitas ad nil revocari», «[Le cose] non possono nascere dal nulla, né ugualmente una volta generate dissolversi nel nulla», (Liber I, vv. 265).
(5) Michel Verret, L’ateismo moderno, op. cit. p. 48.
(6) Franco Cordero, L’Epistola ai Romani. Antropologia del cristianesimo paolino, Einaudi, Torino, 1972, p. 14.
(7) Ricordiamo al riguardo solo un passaggio di Ritornare a Parmenide di Emanuele Severino (in Essenza del nichilismo, Adelphi, Milano, 1995, p. 34): in riferimento alle tesi di Tommaso d’Aquino (Summa teologica, 1, q. 2, a. 3): «Come assurda non è vista l’affermazione stessa che “aliquando nihil fuit in rebus”, che “nihil fuit ens” (l’affermazione che l’essere non è), bensì la conseguenza che da tale affermazione scaturisce, ossia che il fatto che anche attualmente non esisterebbe nulla, il che è falso (ed è certamente falso) perché l’essere è presente nell’esperienza».
(8) Ludwig Feuerbach, Per la critica della filosofia hegeliana, in Scritti filosofici, a cura di C. Cesa, Laterza, Bari, 1976, pp-89-90.
(9) Franz Kafka, Quaderni in ottavo, III, SE, Milano, 2002, p. 51.
(10) Si veda l’utile presentazione del suo pensiero in G. Minois, Storia dell’ateismo, op. cit. pp. 289-313. Il discorso di Meslier si articola in 8 parti fondamentali “Sulle dimostrazioni chiare ed evidenti della vanità e falsità di tutte le divinità e di tutte le religioni del mondo”: non sono che invenzioni umane; la fede, "credenza cieca", e' un principio di errori, di illusioni e di raggiri; falsità delle presunte visioni e rivelazioni divine; vanità e falsità delle presunte profezie dell'Antico Testamento; errori della dottrina e della morale della religione cristiana; la religione cristiana autorizza le prepotenze e la tirannia dei grandi; falsità della presunta esistenza della divinità; falsità dell'idea della spiritualità e dell'immortalità dell'anima.
(11) M. Onfray, Trattato di ateologia, op. cit., cfr. pp. 45-49.
(12) Interessante che Joseph Ratzinger nel dialogo con Paolo Flores d’Arcais - Dio esiste? Un confronto su verità, fede, ateismo – ha sostenuto a chiare lettere il carattere “razionale” del cristianesimo: «La fede cristiana non si basa sulla poesia e la politica, queste due grandi fonti della religione; si basa sulla conoscenza. Venera quell’Essere che sta a fondamento di tutto ciò che esiste, il “vero Dio”. Nel cristianesimo, la razionalità è diventata religione e non più il suo avversario»: cfr. Dio esiste?, il fondaco di MicroMega, 2005, p. 55; si riconosce poi che alla tolleranza del relativismo politeistico l’esclusività della Verità cristiana risulta opposta.
(13) Karl Jaspers, La fede filosofica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2005, pp. 143-150: «Solo nell’ambito della religione biblica sembra che l’adozione di una verità di fede implichi, come essenziale alla fede stessa, questa pretesa esclusivistica, coscientemente enunciata e portata alle estreme conseguenze. Agli occhi del credente tutto ciò appare come un nuovo segno che si aggiunge alla credibilità della propria fede, mentre a un esame filosofico attento, appare non solo la non-verità che nasce dai fondamentali fraintendimenti che si verificano all’interno di questa fede, ma anche le terribili conseguenze che ne derivano».

(14) Su questo punto è esplicita anche la posizione di Papa Giovanni Paolo II che in Fides et ratio (§ 73) sostiene a chiare parole che «muovendosi entro questi due poli — parola di Dio e migliore sua conoscenza —, la ragione è come avvertita, e in qualche modo guidata, ad evitare sentieri che la porterebbero fuori della Verità rivelata e, in definitiva, fuori della verità pura e semplice».
(15) Riassume molto bene questo punto Flores d’Arcais nel suo dialogo con Ratzinger: «[…] c’è una grande asimmetria, perché il credente è interessato a convertire il non credente (è interessato, nel senso più alto del termine). L’ateo non è assolutamente interessato a convincere il non credente della inesistenza di Dio, non ha nessun interesse a far perdere la fede a qualcuno»: cfr. Dio esiste?, op. cit., p. 5.
(16) M. Onfray, Trattato di ateologia, op. cit., p. 72.
(17) Ivi, p. 77.
(18 )Ivi, p. 82.
(19) Pietro Redondi, Galileo eretico, Einaudi, Torino, 1983. L’autore, tra i molti documenti a riprova della sua tesi sul nucleo eretico delle dottrine di Galileo, rinviene un testo significativo, Exercitatio de formis substantialibus et qualtitatibus physicis pubblicata a nome del nobile fiorentino Francesco Maria Arrighi (1677) [con G. F. Vanni]: «Essa versava il contenuto della polemica lanciata dal padre Grassi contro il Saggiatore e che circolava negli ambienti gesuitici da vari decenni, nelle forme accademiche di un’esercitazione […] L’opinione da battere era l’atomismo del Saggiatore», che in particolare è espresso nel paragrafo 48 relativo alla teoria delle sensazioni e della struttura della materia (p. 393). L’Exercitatio afferma, fin dall’inizio: «Fu Galileo molto propenso a credere che tutte le cose fossero costituite da atomi diversamente figurati e combinati» (VII arg.).
(20) M. Verret, Trattato di ateologia, op. cit., cfr. pp. 97 e sgg..
(21) Concordiamo, ad esempio, con M. Ruggenini il quale scrive «Se la metafisica platonica oltrepassa il sensibile verso l’intelligibile, è per darsene ragione, non per abbandonarlo: per fare esperienza delle cose del mondo alla luce dell’essere pieno che le rivela. Se invece la teologia cristiana dimostra Dio razionalmente, è perché crede nella sua assoluta trascendenza, la quale non dà, ma toglie consistenza alle cose»: cfr. “Dio, l’essere, la contraddizione”, in Dio e la ragione. Anselmo d’Aosta, l’argomento ontologico e la filosofia, Marietti, Genova, 1993, p. 54.
(22) M. Verret, Trattato di ateologia, op. cit., p. 114.
(23) Cornelio Fabro, Introduzione all’ateismo moderno, Editrice Studium, Roma, 1964, p. 25.
(24) Per Fabro l’opposizione si specifica poi in questi termini: lo “involvit” di Spinoza contro lo “est” (in Deus essentia “est” suum esse) di S. Tommaso: lo “est” indica il superamento del contenuto al modo di un’essenza qualsiasi, per affermare l’Esse purum ossia separato come anche spesso dice San Tommaso. Invece lo “involvit” spinoziano indica un processo di costituzione della Sostanza che è interiore al proprio essere grazie al quale essa s’impadronisce del contenuto e si trova ad essere il “fondamento” dei suoi attributi e modi – ossia la sfera dell’esistenza appartiene a Dio, il mondo e l’uomo così come l’estensione sono le attuazioni di Dio», cfr. op. cit., pp. 967-8.
(25) Si veda nella parte conclusiva dell’opera il capitolo dedicato alla loro analisi: cfr. C. Fabro, Introduzione all’ateismo moderno, op. cit., pp. 964-982.
(26) C. Fabro, Introduzione all’ateismo moderno, op. cit., pp. 26-27.
(27) K. Löwith, Schöpfung und existenz (1955), in Storia e fede, op. cit., p. 69.
(28) J. Ratzinger, P. Flores d’Arcais, Dio esiste?, op. cit. 57.
(29) Emanuele Severino, Pensieri sul cristianesimo, Rizzoli, Milano, 1995, p. 282.
(30) Ivi, pp.282-3.
(31) E. Severino, Pensieri sul cristianesimo, op. cit., p. 285

La leggenda del Grande Inquisitore

Spiattello qua un estratto dei fratelli Karamazov.
Perchè mi è piaciuto troppo.
Perchè Dostoevskij è un genio (un Dio insomma)
Perchè tratta il rapporto Dio-uomo / libertà-società come non l'ha mai fatto nessuno, aprendo prospettive d'interpretazione desolanti che fanno l'occhiolino a Fromm con un secolo d'anticipo....
 
 
(Nel racconto, sta parlando Ivan Karamazov) 

La mia azione si svolge in Spagna, a Siviglia, al tempo piú pauroso dell’inquisizione quando ogni giorno nel paese ardevano i roghi per la gloria di Dio e

con grandiosi autodafé

si bruciavano gli eretici.

Oh, certo, non è cosí che Egli scenderà, secondo la Sua promessa, alla fine dei tempi, in tutta la gloria celeste, improvviso “come folgore che splende dall’Oriente all’Occidente”. No, Egli volle almeno per un istante visitare i Suoi figli proprio là dove avevano cominciato a crepitar i roghi degli eretici. Nell’immensa Sua misericordia, Egli passa ancora una volta fra gli uomini in quel medesimo aspetto umano col quale era passato per tre anni in mezzo agli uomini quindici secoli addietro. Egli scende verso le “vie roventi” della città meridionale, in cui appunto la vigilia soltanto, in un “grandioso autodafé”, alla presenza del re, della corte, dei cavalieri, dei cardinali e delle piú leggiadre dame di corte, davanti a tutto il popolo di Siviglia, il cardinale grande inquisitore aveva fatto bruciare in una volta, ad majorem Dei gloriam, quasi un centinaio di eretici. Egli è comparso in silenzio, inavvertitamente, ma ecco – cosa strana – tutti Lo riconoscono. Spiegare perché Lo riconoscano, potrebbe esser questo uno dei piú bei passi del poema. Il popolo è attratto verso di Lui da una forza irresistibile, Lo circonda, Gli cresce intorno, Lo segue. Egli passa in mezzo a loro silenzioso, con un dolce sorriso d’infinita compassione. Il sole dell’amore arde nel Suo cuore, i raggi della Luce, del Sapere e della Forza si sprigionano dai Suoi occhi e, inondando gli uomini, ne fanno tremare i cuori in una rispondenza d’amore. Egli tende loro le braccia, li benedice e dal contatto di Lui, e perfino dalle Sue vesti, emana una forza salutare. Ecco che un vecchio, cieco dall’infanzia, grida dalla folla: “Signore, risanami, e io Ti vedrò”, ed ecco che cade dai suoi occhi come una scaglia, e il cieco Lo vede. Il popolo piange e bacia la terra dove Egli passa. I bambini gettano fiori dinanzi a Lui, cantano e Lo acclamano: “Osanna!”. “E’ Lui, è Lui”, ripetono tutti, “dev’essere Lui, non può esser che Lui”. Egli si ferma sul sacrato della cattedrale di Siviglia nel preciso momento in cui portano nel tempio, fra i pianti, una candida bara infantile aperta: c’è dentro una bambina di sette anni, unica figlia di un insigne cittadino. La bimba morta è tutta coperta di fiori. “Egli risusciterà la tua bambina”, gridano dalla folla alla madre piangente. Il prete della cattedrale uscito incontro alla bara guarda perplesso e aggrotta le sopracciglia. Ma ecco risonare a un tratto il grido della madre della bambina morta. Essa si getta ai Suoi piedi: “Se sei Tu, risuscita la mia creatura!”, esclama, tendendo le braccia verso di Lui. Il corteo si ferma, la bara è deposta sul sacrato ai Suoi piedi. Egli la guarda con pietà e le Sue labbra pronunziano piano ancora una volta: “Talitha kum”, “e la fanciulla si levò”. La bambina si solleva nella bara, si siede e guarda intorno sorridendo con gli occhietti sgranati, pieni di stupore. Ha nelle mani il mazzo di rose bianche col quale era distesa nella bara. Il popolo si agita, grida, singhiozza; ed ecco in questo stesso momento passare accanto alla cattedrale, sulla piazza, il cardinale grande inquisitore in persona. È un vecchio quasi novantenne, alto e diritto, dal viso scarno, dagli occhi infossati, ma nei quali, come una scintilla di fuoco, splende ancora una luce. Oh, egli non ha piú la sontuosa veste cardinalizia di cui faceva pompa ieri davanti al popolo, mentre si bruciavano i nemici della fede di Roma: no, egli non indossa in questo momento che il suo vecchio e rozzo saio monastico. Lo seguono a una certa distanza i suoi tetri aiutanti, i servi e la “sacra” guardia. Si ferma dinanzi alla folla e osserva da lontano. Ha visto tutto, ha visto deporre la bara ai piedi di Lui, ha visto la bambina risuscitare, e il suo viso si è abbuiato. Aggrotta le sue folte sopracciglia bianche e il suo sguardo brilla di una luce sinistra. Egli allunga un dito e ordina alle sue guardie di afferrarlo. E tanta è la sua forza e a tal punto il popolo è docile, sottomesso e pavidamente ubbidiente, che la folla subito si apre davanti alle guardie e queste, in mezzo al silenzio di tomba che si è fatto di colpo, mettono le mani su Lui e Lo conducono via. Per un istante tutta la folla, come un solo uomo, si curva fino a terra davanti al vecchio inquisitore; questi benedice il popolo in silenzio e passa oltre. Le guardie conducono il Prigioniero sotto le volte di un angusto e cupo carcere nel vecchio edificio del Santo Uffizio e ve Lo rinchiudono. Passa il giorno, sopravviene la scura, calda, “afosa” notte di Siviglia. L’aria “odora di lauri e di limoni”. In mezzo alla tenebra profonda si apre a un tratto la ferrea porta del carcere, e il grande inquisitore in persona con una fiaccola in mano lentamente si avvicina alla prigione. È solo, la porta si richiude subito alle sue spalle. Egli si ferma sulla soglia e considera a lungo, per uno o due minuti, il volto di Lui. Infine si accosta in silenzio, posa la fiaccola sulla tavola e Gli dice:

– “Sei Tu, sei Tu?” – Ma, non ricevendo risposta, aggiunge rapidamente: – “Non rispondere, taci. E che potresti dire? So troppo bene quel che puoi dire. Del resto, non hai il diritto di aggiunger nulla a quello che Tu già dicesti una volta. Perché sei venuto a disturbarci? Sei infatti venuto a disturbarci, lo sai anche Tu. Ma sai che cosa succederà domani? Io non so chi Tu sia, e non voglio sapere se Tu sia Lui o soltanto una Sua apparenza, ma domani stesso io Ti condannerò e Ti farò ardere sul rogo, come il peggiore degli eretici, e quello stesso popolo che oggi baciava i Tuoi piedi si slancerà domani, a un mio cenno, ad attizzare il Tuo rogo, lo sai? Sí, forse Tu lo sai”, – aggiunse, profondamente pensoso, senza staccare per un attimo lo sguardo dal suo Prigioniero.

– Io non comprendo bene Ivàn, che voglia dir questo – sorrise Aljòsa, che aveva sempre ascoltato in silenzio; – è semplicemente una fantasia delirante, o un errore del vecchio, un assurdo qui pro quo?

– Ammetti pure quest’ultima ipotesi, – scoppiò a ridere Ivàn, – se il realismo contemporaneo ti ha già tanto guastato che tu non possa tollerare nulla di fantastico; vuoi che sia un qui pro quo? E sia pure! È vero, – e tornò a ridere, – il vecchio ha novant’anni e da un pezzo la sua idea poteva averlo fatto impazzire. Egli poteva essere stato colpito dall’aspetto esteriore del Prigioniero. Poteva infine essere un semplice delirio, la visione di un vecchio novantenne sulla soglia della morte, sovreccitato per giunta dall’autodafé dei cento eretici bruciati la vigilia. Ma qui pro quo o fantasia troppo sfrenata, non è lo stesso per noi? L’importante qui è solo che il vecchio deve infine manifestare il proprio pensiero e lo manifesta e dice ad alta voce ciò che per novant’anni ha taciuto.

– E il Prigioniero rimane zitto? Lo guarda e non dice nemmeno una parola?

– Ma è cosí che deve essere, in ogni caso, – rise nuovamente Ivàn. – Il vecchio stesso Gli osserva che Egli non ha il diritto di aggiunger nulla a quanto già fu detto. C’è appunto qui, se vuoi, il tratto piú fondamentale del cattolicesimo romano, come a dire. “Tutto è stato da Te trasmesso al papa, tutto quindi è ora nelle mani del papa, e Tu non venirci a disturbare, quanto meno prima del tempo”. In questo senso non solo parlano, ma anche scrivono i cattolici, i gesuiti almeno. L’ho letto io stesso nelle opere dei loro teologi. “Hai Tu il diritto di rivelarci anche un solo segreto del mondo da cui sei venuto?”. – Gli domanda il mio vecchio e risponde egli stesso per Lui: – “No, Tu non l’hai, se non vuoi aggiungere qualcosa a quello che già fu detto e togliere agli uomini quella libertà che tanto difendesti quando eri sulla terra. Tutto ciò che di nuovo Tu ci rivelassi attenterebbe alla libertà della fede umana, giacché apparirebbe come un miracolo, mentre la libertà della fede già allora, millecinquecent’anni or sono, Ti era piú cara di tutto. Non dicevi Tu allora spesso: “Voglio rendervi liberi?”. Ebbene, adesso Tu li ha veduti, questi uomini “liberi”, – aggiunge il vecchio con un pensoso sorriso. – Sí, questa faccenda ci è costata cara, – continua, guardandolo severo, – ma noi l’abbiamo finalmente condotta a termine, in nome Tuo. Per quindici secoli ci siamo tormentati con questa libertà, ma adesso l’opera è compiuta e saldamente compiuta. Non credi che sia saldamente compiuta? Tu mi guardi con dolcezza e non mi degni neppure della Tua indignazione? Ma sappi che adesso, proprio oggi, questi uomini sono piú che mai convinti di essere perfettamente liberi, e tuttavia ci hanno essi stessi recato la propria libertà, e l’hanno deposta umilmente ai nostri piedi. Questo siamo stati noi ad ottenerlo, ma è questo che Tu desideravi, è una simile libertà?”.

– Io torno a non comprendere, – interruppe Aljòsa, – egli fa dell’ironia, scherza?

– Niente affatto. Egli fa un merito a sé ed ai suoi precisamente di avere infine soppresso la libertà e di averlo fatto per rendere felici gli uomini. “Ora infatti per la prima volta (egli parla, naturalmente, dell’inquisizione) è diventato possibile pensare alla felicità umana. L’uomo fu creato ribelle; possono forse dei ribelli essere felici? Tu eri stato avvertito, – Gli dice, – avvertimenti e consigli non Ti erano mancati, ma Tu non ascoltasti gli avvertimenti. Tu ricusasti l’unica via per la quale si potevano render felici gli uomini, ma per fortuna, andandotene, rimettesti la cosa nelle nostre mani. Tu ci hai promesso, Tu ci hai con la Tua parola confermato, Tu ci hai dato il diritto di legare e di slegare, e certo non puoi ora nemmeno pensare a ritoglierci questo diritto. Perché dunque sei venuto a disturbarci?”.

– Ma che cosa significa: “Non Ti sono mancati avvertimenti e consigli?” – domandò Aljòsa.

– Ma qui appunto sta l’essenza di ciò che il vecchio deve esprimere. “Lo spirito intelligente e terribile, lo spirito dell’autodistruzione e del non essere, – continua il vecchio, – il grande spirito. Ti parlò nel deserto, e nei libri ci è riferito come egli Ti avesse “tentato”. Non è cosí? Ma si poteva mai dire qualcosa di piú vero di quanto egli Ti rivelò nelle tre domande che Tu respingesti e che nei libri sono dette “tentazioni”? Tuttavia, se mai ci fu sulla terra un vero e clamoroso miracolo, fu in quel giorno, nel giorno di quelle tre tentazioni. Precisamente nella formulazione di quelle tre domande era racchiuso il miracolo. Se si potesse, soltanto a mo’ di esempio e di ipotesi, immaginare che quelle tre domande dello spirito terribile fossero scomparse dai libri senza lasciare traccia e che occorresse ricostruirle, pensarle e formularle di nuovo, per rimetterle nei libri, e se per questo si riunissero tutti i sapienti della terra – governanti, prelati, dotti, filosofi, poeti, – e si assegnasse loro questo compito: immaginate, formulate tre domande tali da corrispondere all’importanza dell’evento non solo, ma da esprimere per giunta in tre parole, in tre proposizioni umane, tutta la futura storia del mondo e dell’umanità, – ebbene, credi Tu che tutta la sapienza della terra, insieme raccolta, potrebbe concepire qualcosa di simile per forza e profondità a quelle tre domande che Ti furono allora rivolte nel deserto dallo spirito intelligente e possente? Già solo da quelle domande e dal prodigio della loro formulazione si può capire che si ha da fare non con lo spirito umano transitorio, ma con quello eterno ed assoluto. In quelle tre domande infatti è come compendiata e predetta tutta la storia ulteriore dell’umanità, sono dati i tre archetipi in cui si concreteranno tutte le insolubili, contraddizioni storiche dell’umana natura su tutta la terra. Questo non poteva ancora, a quel tempo, essere cosí chiaro, poiché l’avvenire era ignoto, ma adesso, passati quindici secoli, noi vediamo che in quelle tre domande tutto era stato a tal segno divinato e predetto e che tutto si è a tal segno avverato, che non è piú possibile aggiungervi o toglierne alcunché.

“Decidi Tu stesso chi avesse ragione, se Tu o colui che allora T’interrogava. Ricordati la prima domanda: se non la lettera il senso era questo: “Tu vuoi andare e vai al mondo con le mani vuote, con non so quale promessa di una libertà che gli uomini, nella semplicità e nella innata intemperanza loro, non possono neppur concepire, che essi temono e fuggono, giacché nulla mai è stato per l’uomo e per la società umana piú intollerabile della libertà! Vedi Tu invece queste pietre in questo nudo e infocato deserto? Mutale in pani e l’umanità sorgerà dietro a Te come un riconoscente e docile gregge, con l’eterna paura di vederti ritirare la Tua mano, e di rimanere senza i Tuoi pani”. Ma Tu non volesti privar l’uomo della libertà e respingesti l’invito, perché, cosí ragionasti, che libertà può mai esserci, se la ubbidienza è comprata coi pani? Tu obiettasti che l’uomo non vive di solo pane, ma sai Tu che nel nome di questo stesso pane terreno, insorgerà contro di Te lo spirito della terra e lotterà con Te e Ti vincerà, e tutti lo seguiranno, esclamando: “Chi è comparabile, a questa bestia? Essa ci ha dato il fuoco del cielo!”. Sai Tu che passeranno i secoli e l’umanità proclamerà per bocca della sua sapienza e della sua scienza che non esiste il delitto, e quindi nemmeno il peccato, ma che ci sono soltanto degli affamati? “Nutrili e poi chiedi loro la virtú!”, ecco quello che scriveranno sulla bandiera che si leverà contro di Te e che abbatterà il Tuo tempio. Al posto del Tuo tempio sorgerà un nuovo edificio, sorgerà una nuova spaventosa torre di Babele, e, quand’anche essa restasse, come la prima, incompiuta, Tu avresti però potuto evitare questa nuova torre e abbreviare di mille anni le sofferenze degli uomini, giacché essi verranno a noi, dopo essersi arrovellati per mille anni intorno alla loro torre! Essi torneranno allora a cercarci sotto terra, nelle catacombe, dove ci nasconderemo (perché saremo di nuovi perseguitati e torturati), ci troveranno e ci grideranno: “Nutriteci, perché quelli che ci avevano promesso il fuoco del cielo non ce l’han dato”. E allora saremo noi a ultimare la loro torre, giacché la ultimerà chi li sfamerà e noi soli li sfameremo, in nome Tuo, facendo credere di farlo in nome Tuo. Oh, mai, mai essi potrebbero sfamarsi senza di noi! Nessuna scienza darà loro il pane, finché rimarranno liberi, ma essi finiranno per deporre la loro libertà ai nostri piedi e per dirci: “Riduceteci piuttosto in schiavitú ma sfamateci!”. Comprenderanno infine essi stessi che libertà e pane terreno a discrezione per tutti sono fra loro inconciliabili, giacché mai, mai essi sapranno ripartirlo fra loro! Si convinceranno pure che non potranno mai nemmeno esser liberi, perché sono deboli, viziosi, inetti e ribelli. Tu promettevi loro il pane celeste, ma, lo ripeto ancora, può esso, agli occhi della debole razza umana, eternamente viziosa ed eternamente abietta, paragonarsi a quello terreno? E se migliaia e diecine di migliaia di esseri Ti seguiranno in nome del pane celeste, che sarà dei milioni e dei miliardi di esseri che non avranno la forza di posporre il pane terreno a quello celeste? O forse Ti sono care soltanto le diecine di migliaia di uomini grandi e forti, mentre i restanti milioni, numerosi come la sabbia del mare, di esseri deboli, che però Ti amano, non devono servire che da materiale per i grandi e per i forti? No, a noi sono cari anche i deboli. Essi sono viziosi e ribelli, ma finiranno per diventar docili. Essi ci ammireranno e ci terranno in conto di dèi per avere acconsentito, mettendoci alla loro testa, ad assumerci il carico di quella libertà che li aveva sbigottiti e a dominare su loro, tanta paura avranno infine di esser liberi! Ma noi diremo che obbediamo a Te e che dominiamo in nome Tuo. Li inganneremo di nuovo, perché allora non Ti lasceremo piú avvicinare a noi. E in quest’inganno starà la nostra sofferenza, poiché saremo costretti a mentire. Ecco ciò che significa quella domanda che Ti fu fatta nel deserto, ed ecco ciò che Tu ricusasti in nome della libertà, da Te collocata piú in alto di tutto. In quella domanda tuttavia si racchiudeva un grande segreto di questo mondo. Acconsentendo al miracolo dei pani, Tu avresti dato una risposta all’universale ed eterna ansia umana, dell’uomo singolo come dell’intera umanità: “Davanti a chi inchinarsi?”. Non c’è per l’uomo rimasto libero piú assidua e piú tormentosa cura di quella di cercare un essere dinanzi a cui inchinarsi. Ma l’uomo cerca di inchinarsi a ciò che già è incontestabile, tanto incontestabile, che tutti gli uomini ad un tempo siano disposti a venerarlo universalmente. Perché la preoccupazione di queste misere creature non è soltanto di trovare un essere a cui questo o quell’uomo si inchini, ma di trovarne uno tale che tutti credano in lui e lo adorino, e precisamente tutti insieme. E questo bisogno di comunione nell’adorazione è anche il piú grande tormento di ogni singolo, come dell’intera umanità, fin dal principio dei secoli. È per ottenere quest’adorazione universale che si sono con la spada sterminati a vicenda. Essi hanno creato degli dèi e si sono sfidati l’un l’altro: “Abbandonate i vostri dèi e venite ad adorare i nostri, se no guai a voi e ai vostri dèi!”. E cosí sarà fino alla fine del mondo, anche quando gli dèi saranno scomparsi dalla terra: non importa, cadrànno allora in ginocchio davanti agli idoli. Tu conoscevi, Tu non potevi non conoscere questo fondamentale segreto della natura umana, ma Tu rifiutasti l’unica irrefragabile bandiera che Ti si offrisse per indurre tutti a inchinarsi senza discussione dinanzi a Te; la bandiera del pane terreno, e la rifiutasti in nome della libertà e del pane celeste. Guarda poi quel che hai fatto in seguito. E sempre in nome della libertà! Io Ti dico che non c’è per l’uomo pensiero piú angoscioso che quello di trovare al piú presto a chi rimettere il dono della libertà con cui nasce questa infelice creatura. Ma dispone della libertà degli uomini solo chi ne acqueta la coscienza. Col pane Ti si dava una bandiera indiscutibile: l’uomo si inchina a chi gli dà il pane, giacché nulla è piú indiscutibile del pane; ma, se qualcun altro accanto a Te si impadronirà nello stesso tempo della sua coscienza, oh, allora egli butterà via anche il Tuo pane e seguirà colui che avrà lusingato la sua coscienza. In questo Tu avevi ragione. Il segreto dell’esistenza umana infatti non sta soltanto nel vivere, ma in ciò per cui si vive. Senza un concetto sicuro del fine per cui deve vivere, l’uomo non acconsentirà a vivere e si sopprimerà piuttosto che restare sulla terra, anche se intorno a lui non ci fossero che pani. Questo è giusto, ma che cosa è avvenuto? Invece di impadronirti della libertà degli uomini. Tu l’hai ancora accresciuta! Avevi forse dimenticato che la tranquillità e perfino la morte è all’uomo piú cara della libera scelta fra il bene ed il male? Nulla è per l’uomo piú seducente che la libertà della sua coscienza, ma nulla anche è piú tormentoso. Ed ecco che, in luogo di saldi principi, per acquetare la coscienza umana una volta per sempre, Tu hai scelto tutto quello che c’è di piú inconsueto, enigmatico e impreciso, hai scelto tutto quello che superava le forze degli uomini, e hai perciò agito come se Tu non li amassi per nulla, e chi mai ha fatto questo? Colui che era venuto a dare per essi la Sua vita! Invece d’impadronirti della libertà umana, Tu l’hai moltiplicata e hai per sempre gravato col peso dei suoi tormenti la vita morale dell’uomo. Tu volesti il libero amore dell’uomo, perché Ti seguisse liberamente, attratto e conquistato da Te. In luogo di seguire la salda legge antica, l’uomo doveva per l’avvenire decidere da sé liberamente, che cosa fosse bene che cosa fosse male, avendo dinanzi come guida la sola Tua immagine; ma non avevi Tu pensato che, se lo si fosse oppresso con un cosí terribile fardello come la libertà di scelta, egli avrebbe finito per respingere e contestare perfino la Tua immagine e la Tua verità? Essi esclameranno, alla fine, che la verità non è in Te, perché era impossibile abbandonarli fra ansie ed angosce maggiori di come Tu facesti, lasciando loro tante inquietudini e tanti insolubili problemi. In tal modo preparasti Tu stesso la rovina del Tuo regno, e non darne piú la colpa a nessuno. Ma è questo intanto che Ti offriva? Ci sono sulla terra tre forze, tre sole forze capaci di vincere e conquistare per sempre la coscienza di questi deboli ribelli, per la felicità loro; queste forze sono: il miracolo, il mistero e l’autorità. Tu respingesti la prima, la seconda e la terza e desti cosí l’esempio. Lo spirito sapiente e terribile. Ti aveva posto sul culmine del tempio e Ti aveva detto: “Se vuoi sapere se Tu sei Figlio di Dio, gettati in basso, poiché di Lui è detto che gli angeli Lo sosterranno e Lo porteranno, ed Egli non cadrà e non si farà alcun male, e saprai allora se Tu sei il Figlio di Dio e proverai allora quale sia la Tua fede nel Padre Tuo”; ma Tu, udito ciò, respingesti l’offerta, non Ti lasciasti convincere e non Ti gettasti giú. Oh, certo, Tu agisti allora con una magnifica fierezza, come Iddio, ma gli uomini, questa debole razza di ribelli, sono essi forse dèi? Oh, Tu comprendesti allora che, facendo un solo passo, un solo movimento per gettarti giú, avresti senz’altro tentato il Signore e perduto ogni fede in Lui, e Ti saresti sfracellato sulla terra che eri venuto a salvare, e si sarebbe rallegrato lo spirito sagace che Ti aveva tentato. Ma, ripeto, ce ne sono forse molti come Te? E in verità potevi Tu ammettere, non fosse che per un momento, che anche gli uomini avessero la forza di resistere a una simile tentazione? È forse fatta la natura umana per respingere il miracolo e, in cosí terribili momenti della vita, di fronte ai piú terribili, fondamentali e angosciosi problemi dell’anima, rimettersi unicamente alla libera decisione del cuore? Oh, Tu sapevi che la Tua azione si sarebbe tramandata nei libri, avrebbe raggiunto la profondità dei tempi e gli ultimi confini della terra, e sperasti che, seguendo Te, anche l’uomo si sarebbe accontentato di Dio, senza bisogno di miracoli. Ma Tu non sapevi che, non appena l’uomo avesse ripudiato il miracolo, avrebbe subito ripudiato anche Dio, perché l’uomo cerca non tanto Dio quanto i miracoli. E siccome l’uomo non ha la forza di rinunziare al miracolo, cosí si creerà dei nuovi miracoli, suoi propri, e si inchinerà al prodigio di un mago, ai sortilegi di una fattucchiera, foss’egli anche cento volte ribelle, eretico ed ateo. Tu non scendesti dalla croce quando Ti si gridava, deridendoti e schernendoti: “Discendi dalla croce e crederemo che sei Tu”. Tu non scendesti, perché una volta di piú non volesti asservire l’uomo col miracolo, e avevi sete di fede libera, non fondata sul prodigio. Avevi sete di un amore libero, e non dei servili entusiasmi dello schiavo davanti alla potenza che l’ha per sempre riempito di terrore. Ma anche qui Tu giudicavi troppo altamente degli uomini, giacché, per quanto creati ribelli, essi sono certo degli schiavi. Vedi e giudica, son passati quindici secoli, guardali: chi hai Tu innalzato fino a Te? Ti giuro, l’uomo è stato creato piú debole e piú vile che Tu non credessi! Può egli forse compiere quel che puoi compiere Tu? Stimandolo tanto, Tu agisti come se avessi cessato di averne pietà, perché troppo pretendesti da lui, e chi ha fatto questo? Colui che lo amava piú di se stesso! Stimandolo meno, avresti anche meno preteso da lui, e questo sarebbe stato piú vicino all’amore, perché piú leggera sarebbe stata la sua soma. Egli è debole e vile. Che importa che egli adesso si sollevi dappertutto contro la nostra autorità e si inorgoglisca della sua rivolta? È l’orgoglio del bambino e dello scolaretto. Sono i piccoli bimbi che si sono ribellati in classe e hanno cacciato il maestro. Ma anche l’esaltazione dei ragazzetti avrà fine e costerà loro cara. Essi abbatteranno i templi e inonderanno di sangue la terra. Ma si avvedranno infine, gli sciocchi fanciulli, di essere bensí dei ribelli, ma dei ribelli deboli e incapaci di sopportare la propria rivolta. Versando le loro stupide lacrime, riconosceranno infine che chi li creò ribelli se ne voleva senza dubbio burlare. Essi lo diranno nella disperazione, e le loro parole saranno una bestemmia che li renderà anche piú infelici, perché la natura umana non sopporta la bestemmia e alla fin fine se ne vendica sempre da sé. Inquietudine dunque, tumulto e infelicità: ecco l’odierna sorte degli uomini, dopo che Tu tanto patisti per la loro libertà! Il Tuo grande profeta dice nella sua visione e nella sua parabola di aver visto tutti i partecipi della prima resurrezione e che ce n’erano dodicimila per ciascuna tribú. Ma se erano tanti, vuol dire che quelli erano piú dèi che uomini. Essi sopportarono la Tua croce, essi sopportarono diecine d’anni di vita famelica nel nudo deserto, cibandosi di cavallette e di radici; e certo Tu puoi appellarti con orgoglio a questi eroi della libertà, dell’amore libero, del libero e magnifico sacrificio da essi compiuto in nome Tuo. Ma ricordati che erano in tutto appena alcune migliaia, ed erano per giunta degli dèi, ma i rimanenti? E che colpa hanno gli altri, gli uomini deboli, di non aver potuto sopportare ciò che i forti poterono? Che colpa ha l’anima debole, se non ha la forza di accogliere cosí terribili doni? Possibile che Tu sia venuto davvero solo agli eletti e per gli eletti? Ma se è cosí, c’è qui un mistero e noi non possiamo comprenderlo. E se c’è un mistero, anche noi avevamo il diritto di predicarlo e di insegnare agli uomini che non è la libera decisione dei loro cuori quello che importa, né l’amore, ma un mistero, a cui essi debbono ciecamente inchinarsi, anche contro la loro coscienza. E cosí abbiamo fatto. Abbiamo corretto l’opera Tua e l’abbiamo fondata sul miracolo, sul mistero e sull’autorità. E gli uomini si sono rallegrati di essere nuovamente condotti come un gregge e di vedersi infine tolto dal cuore un dono cosí terribile, che aveva loro procurato tanti tormenti. Avevamo noi ragione d’insegnare e di agire cosí? Parla! Forse che non amavamo l’umanità, riconoscendone cosí umilmente l’impotenza, alleggerendo con amore il suo fardello e concedendo alla sua debole natura magari anche di peccare, ma però col nostro consenso? Perché mi guardi in silenzio coi tuoi miti occhi penetranti? Va’ in collera, io non voglio il Tuo amore, perché io stesso non Ti amo. E che cosa dovrei nasconderti? Non so forse con chi parlo? Tutto ciò che ho da dirti, già Ti è noto, lo leggo nei Tuoi occhi. E dovrei io nasconderti il nostro segreto? Forse Tu vuoi proprio udirlo dalle mie labbra, ascolta dunque: noi non siamo con Te, ma con lui, ecco il nostro segreto! Da lungo tempo non siamo piú con Te, ma con lui, sono ormai otto secoli. Sono esattamente otto secoli che accettammo da lui ciò che Tu avevi rifiutato con sdegno, quell’ultimo dono ch’egli Ti offriva, mostrandoti tutti i regni della terra: noi accettammo da lui Roma e la spada di Cesare e ci proclamammo re della terra, gli unici re, sebbene non abbiamo ancora avuto il tempo di compiere interamente l’opera nostra. Ma di chi la colpa? Oh, quest’opera è finora soltanto agli inizi, ma è cominciata! Ancora a lungo si dovrà attenderne il compimento e molto ancora soffrirà la terra, ma noi raggiungeremo la mèta, saremo Cesari, e allora penseremo all’universale felicità degli uomini. Tu però già allora avresti potuto accettare la spada di Cesare. Perché ricusasti quest’ultimo dono? Accogliendo questo terzo consiglio dello spirito possente, Tu avresti compiuto tutto ciò che l’uomo cerca sulla terra, e cioè: a chi inchinarsi, a chi affidare la propria coscienza e in qual modo, infine, unirsi tutti in un formicaio indiscutibilmente comune e concorde, giacché il bisogno di unione universale è il terzo e l’ultimo tormento degli uomini. Sempre l’umanità mirò nel suo insieme ad organizzarsi universalmente. Molti furono i grandi popoli con una grande storia, ma quanto piú elevati erano quei popoli, tanto piú erano infelici, perché piú fortemente degli altri sentivano il bisogno dell’unione universale degli uomini. I grandi conquistatori, i Timùr e i Gengis-Chan, passarono come un turbine sulla terra, cercando di conquistare l’universo, ma anche essi, per quanto inconsapevolmente, espressero quello stesso potente bisogno umano di unione mondiale ed universale. Accettando il mondo e la porpora di Cesare, Tu avresti fondato il regno universale e dato la pace universale. Chi mai infatti deve dominare gli uomini, se non quelli che dominano la loro coscienza e nelle cui mani è il loro pane? E noi abbiamo preso la spada di Cesare, ma naturalmente, prendendola, ripudiammo Te e andammo dietro a lui. Oh, passeranno ancora secoli di orgia del libero pensiero, di umana scienza e di antropofagia, perché, avendo cominciato a costruire la loro torre di Babele senza di noi, è con l’antropofagia che termineranno. Ma proprio allora la bestia striscerà verso di noi e leccherà i nostri piedi e li spruzzerà con le lacrime di sangue dei suoi occhi. E noi ci assideremo sulla bestia e leveremo in alto una coppa su cui sarà scritto “Mistero!”. Ma allora soltanto, e allora spunterà per gli uomini il regno della pace e della felicità. Tu sei fiero dei Tuoi eletti, ma Tu non hai che eletti, mentre noi daremo la pace a tutti. D’altra parte, c’è anche questo: quanti di quegli eletti, e di quei forti che avrebbero potuto diventarlo, si sono infine stancati di attenderli, e hanno portato e ancora porteranno su altri campi le forze del loro spirito e la fiamma del loro cuore, e finiranno anche per sollevare contro di te la loro libera bandiera! Ma questa bandiera l’innalzasti Tu stesso. Con noi invece tutti saranno felici e piú non si rivolteranno, né si stermineranno fra loro, come facevano dappertutto nella Tua libertà. Oh, noi li persuaderemo che allora soltanto essi saranno liberi, quando rinunzieranno alla libertà loro in favore nostro e si sottometteranno a noi. Ebbene, avremo ragione, perché ricorderanno a quali orrori di servitú e di turbolenza li conducesse la Tua libertà. La libertà, il libero pensiero e la scienza li condurranno in tali labirinti e li porranno davanti a tali portenti e misteri insolubili, che di essi gli uni, ribelli e furiosi, si distruggeranno da sé, gli altri, ribelli ma deboli si distruggeranno fra loro, mentre i rimanenti, imbelli e infelici, si trascineranno ai nostri piedi e ci grideranno: “Sí, voi avevate ragione, voi soli possedevate il Suo segreto e noi torniamo a voi, salvateci da noi medesimi”. Ricevendo i pani da noi, certo vedranno chiaramente che prendiamo i loro stessi pani, guadagnati dalle loro stesse braccia, per distribuirli fra essi, senza miracolo alcuno, vedranno che noi non abbiamo mutato in pani le pietre, ma in verità, piú che del pane stesso, saranno lieti di riceverlo dalle nostre mani! Giacché troppo bene ricorderanno che prima, senza di noi, gli stessi pani da essi guadagnati si mutavano nelle loro mani in pietre, mentre, dopo il ritorno a noi, le pietre medesime si sono mutate nelle mani loro in pani. Troppo, troppo apprezzeranno quel che significa sottomettersi una volta per sempre! E finché gli uomini non capiranno questo, saranno infelici. Ma chi piú di tutti, dimmi, ha favorito questa incomprensione? Chi ha diviso il gregge e l’ha disperso per vie sconosciute? Ma il gregge tornerà a raccogliersi, tornerà a sottomettersi, e questa volta per sempre. Allora noi daremo loro la tranquilla, umile felicità degli esseri deboli, quali essi furono creati. Oh, noi li persuaderemo infine a non inorgoglirsi, ché Tu li innalzasti e in tal modo insegnasti loro a inorgoglirsi: proveremo loro che sono deboli, che sono soltanto dei poveri bimbi, ma che la felicità infantile è la piú dolce di tutte. Essi diverranno mansueti, guarderanno a noi e a noi si stringeranno, nella paura, come i pulcini alla chioccia. Ci ammireranno e avranno paura di noi, e saranno fieri che noi siamo cosí potenti e cosí intelligenti da aver potuto pacificare un cosí tumultuoso e innumere gregge. Temeranno la nostra collera, i loro spiriti si faranno timidi, i loro occhi lacrimosi, come quelli dei bambini e delle donne, ma altrettanto facilmente passeranno, a un nostro cenno, all’allegrezza, ed al riso, alla gioia luminosa ed alle felici canzoni infantili. Certo li obbligheremo a lavorare, ma nelle ore libere dal lavoro organizzeremo la loro vita come un giuoco infantile con canti e cori e danze innocenti. Oh, noi consentiremo loro anche il peccato, perché sono deboli e inetti, ed essi ci ameranno come bambini, perché permetteremo loro di peccare. Diremo che ogni peccato, se commesso col nostro consenso, sarà riscattato, che permettiamo loro di peccare perché li amiamo e che, in quanto al castigo per tali peccati, lo prenderemo su di noi. Cosí faremo, ed essi ci adoreranno come benefattori che si saranno gravati coi loro peccati dinanzi a Dio. E per noi non avranno segreti. Permetteremo o vieteremo loro di vivere con le proprie mogli ed amanti, di avere o di non avere figli, – sempre giudicando in base alla loro ubbidienza, – ed essi s’inchineranno con allegrezza e con gioia. Tutti, tutti i piú tormentosi segreti della loro coscienza, li porteranno a noi, e noi risolveremo ogni caso, ed essi avranno nella nostra decisione una fede gioiosa, perché li libererà dal grave fastidio e dal terribile tormento odierno di dovere personalmente e liberamente decidere. E tutti saranno felici, milioni di esseri, salvo un centinaio di migliaia di condottieri. Giacché noi soli, noi che custodiremo il segreto, noi soli saremo infelici. Ci saranno miliardi di pargoli felici e centomila martiri che avranno preso su di sé la maledizione di discernere il bene dal male. Essi morranno in pace, in pace si spegneranno nel nome Tuo e oltre la tomba non troveranno che la morte. Ma noi conserveremo il segreto e li lusingheremo, per la loro felicità, con una ricompensa celeste ed eterna. Infatti, quand’anche in quell’altro mondo ci fosse qualcosa, non sarebbe certo per esseri simili. Si dice e si profetizza che Tu verrai e vincerai di nuovo, che verrai coi Tuoi eletti, superbi e possenti, ma noi diremo che essi hanno salvato solamente se stessi, mentre noi abbiamo salvato tutti. Si dice che la meretrice seduta sulla bestia, con la coppa del mistero nelle mani, sarà svergognata, che i deboli torneranno a rivoltarsi, strapperanno la sua porpora e denuderanno il suo corpo “impuro”. Ma io allora mi alzerò e Ti additerò i mille milioni di bimbi felici, che non conobbero il peccato. E noi, che ci siamo caricati dei loro peccati, per la felicità loro, noi sorgeremo dinanzi a Te e diremo: “Giudicaci, se puoi e se osi”. Sappi che io non Ti temo. Sappi che anch’io fui nel deserto, che anch’io mi nutrivo di cavallette e di radici, che anch’io benedicevo la libertà di cui Tu letificasti gli uomini, che anch’io mi ero preparato ad entrare nel numero dei Tuoi eletti, nel numero dei potenti e dei forti, con la brama di “completare il numero”. Ma mi ricredetti e non volli servire la causa della follia. Tornai indietro e mi unii alla schiera di quelli che hanno corretto l’opera Tua. Lasciai gli orgogliosi e tornai agli umili per la felicità di questi umili. Ciò che Ti dico si compirà e sorgerà il regno nostro. Ti ripeto che domani stesso Tu vedrai questo docile gregge gettarsi al primo mio cenno ad attizzare i carboni ardenti del rogo sul quale Ti brucerò per essere venuto a disturbarci. Perché se qualcuno piú di tutti ha meritato il nostro rogo, sei Tu. Domani Ti arderò. Dixi”.

Ivàn, si fermò. Egli si era accalorato e aveva parlato con fervore; quando poi ebbe finito, fece improvvisamente un sorriso.

Aljòsa, che l’aveva sempre ascoltato in silenzio e verso la fine, in preda a straordinaria agitazione, molte volte aveva voluto interrompere il discorso del fratello, ma si era visibilmente trattenuto, si mise d’un tratto a parlare, come scattando:

– Ma... è un assurdo! – esclamò, arrossendo. – Il tuo poema è l’elogio di Gesú e non la condanna... come tu volevi. E chi ti crederà là dove parli della libertà? È cosí, è forse cosí che va intesa? È quello il concetto che ne ha l’ortodossia?... Quella è Roma, e neppure tutta Roma, sbaglio, sono i peggiori fra i cattolici, sono gli inquisitori, i gesuiti!... E un personaggio fantastico come il tuo inquisitore non può esistere affatto. Che cosa sono quei peccati degli uomini che egli ha presi su di sé? Chi sono quei detentori del mistero, che si sono addossata non so quale maledizione per la felicità degli uomini? Quando mai si son visti? Noi conosciamo i gesuiti, se ne parla male, ma sono forse come i tuoi? Non sono affatto cosí, sono tutt’altra cosa... Sono semplicemente l’armata romana per il futuro regno universale terreno, con l’imperatore, il pontefice romano, alla testa... ecco il loro ideale, ma senza nessun mistero e nessuna sublime tristezza... La piú semplice brama di potere, di sordidi beni terreni, di asservimento... una specie di futura servitú della gleba, nella quale essi sarebbero i proprietari fondiari... ecco tutto quello che essi vogliono. Forse non credono nemmeno in Dio. Il tuo inquisitore con le sue sofferenze non è che una fantasia...

– Fermati, fermati! – rise Ivàn, – come ti sei scaldato! Fantasia, tu dici, sia pure! Fantasia, certo. Permetti però: credi tu davvero che tutto questo movimento cattolico degli ultimi secoli non sia in realtà che una brama di potere in vista soltanto di beni volgari? È forse padre Paisio che t’insegna cosí?

– No, no, al contrario, padre Paisio diceva una volta perfino qualcosa del tuo genere... ma era una cosa diversa, certo, tutta diversa, – si riprese Aljòsa.

– Informazione preziosa, però, nonostante il tuo “tutta diversa”. Io ti domando: perché i tuoi gesuiti e inquisitori si sarebbero collegati solo in vista di beni materiali e volgari? Perché non può incontrarsi fra di loro neanche un solo martire, tormentato da una nobile sofferenza e amante dell’umanità? Vedi: supponi che fra tutti questi uomini non desiderosi che di sordidi beni materiali se ne sia trovato anche uno solo come il mio vecchio inquisitore, che abbia mangiato anche lui radici nel deserto e si sia accanito a domare la propria carne per rendersi libero e perfetto, ma che però abbia in tutta la sua vita amato l’umanità: a un tratto ha aperto gli occhi e ha veduto che non è una gran felicità morale raggiungere la perfezione del volere, per doversi in pari tempo convincere che milioni di altre creature di Dio sono rimaste imperfette, che esse non saranno mai in grado di servirsi della loro libertà, che dai miseri ribelli non usciranno mai dei giganti per condurre a compimento la torre, che non per simili paperotti il grande idealista ha sognato la sua armonia... Dopo aver compreso tutto ciò, egli è tornato indietro e si è unito... alle persone intelligenti. Non poteva questo accadere?

– A chi si è unito, a quali persone intelligenti? – esclamò Aljòsa quasi adirato. – Essi non hanno né tanta intelligenza, né misteri o segreti di sorta... Forse soltanto l’ateismo, ecco tutto il loro segreto. Il tuo inquisitore non crede in Dio, ecco tutto il suo segreto!

– E anche se fosse cosí? Infine tu hai indovinato. È proprio cosí, è ben qui soltanto che sta tutto il segreto, ma non è forse una sofferenza, almeno per un uomo come lui, che ha sacrificato tutta la sua vita nel deserto per una grande impresa e non ha perduto l’amore per l’umanità? Al tramonto dei suoi giorni egli acquista la chiara convinzione che unicamente i consigli del grande e terribile spirito potrebbero instaurare un qualche ordine fra i deboli ribelli, “esseri imperfetti e incompiuti, creati per derisione”. Ed ecco che, di ciò convinto, vede come occorra seguire le indicazioni dello spirito intelligente, del terribile spirito della morte e della distruzione, e, all’uopo, accettare la menzogna e l’inganno, guidare ormai consapevolmente gli uomini alla morte e alla distruzione, e intanto ingannarli per tutto il cammino, affinché non possano vedere dove sono condotti affinché questi miseri ciechi almeno lungo il cammino si stimino felici. E nota: l’inganno è compiuto in nome di Quello nel cui ideale il vecchio ha per tutta la sua vita cosí appassionatamente creduto! Non è questa un’infelicità? E anche se un solo uomo simile si fosse trovato alla testa di tutta quell’armata “avida di potere in vista di soli beni volgari”, non sarebbe sufficiente quest’unico perché si avesse la tragedia? Piú ancora: basterebbe che ci fosse alla testa un solo uomo cosí perché si scoprisse, finalmente, la vera idea direttiva di tutta l’opera di Roma, con tutte le sue armate e i suoi gesuiti, l’idea suprema dell’opera stessa. Te lo dico schietto, io credo fermamente che quest’unico non sia mai mancato fra quelli che erano alla testa del movimento. Chissà, ce ne sono stati anche fra i pontefici romani! Chissà, questo vecchio maledetto, che cosí ostinatamente e cosí a modo suo ama l’umanità, esiste forse anche oggidí sotto l’aspetto di tutta una schiera di vecchi consimili, e non già casualmente, ma perché esiste come un accordo, come una segreta alleanza, già da gran tempo stabilita per custodire il mistero, per salvaguardarlo dagli uomini sventurati ed imbelli, allo scopo di rendere costoro felici. Cosí è senza dubbio, e cosí dev’essere. Io immagino che perfino i massoni abbiano, fra i loro principi, qualcosa di analogo a questo mistero e che i cattolici odino tanto i massoni perché vedono in essi dei concorrenti, che spezzano l’unità dell’idea, mentre unico deve essere il gregge e unico il pastore... Del resto, difendendo il mio pensiero, io ho l’aria di un autore che non sopporta la tua critica. Ma basta di ciò!

– Sei forse massone anche tu! – sfuggí ad Aljòsa. – Tu non credi in Dio, – soggiunse, ma ormai con profonda amarezza. Gli parve inoltre che il fratello lo guardasse con fare canzonatorio. – E come termina il tuo poema? – domandò a un tratto, con lo sguardo a terra, – o è già terminato?

– Io volevo finirlo cosí: l’inquisitore, dopo aver taciuto, aspetta per qualche tempo che il suo Prigioniero gli risponda. Il Suo silenzio gli pesa. Ha visto che il Prigioniero l’ha sempre ascoltato, fissandolo negli occhi col suo sguardo calmo e penetrante e non volendo evidentemente obiettar nulla. Il vecchio vorrebbe che dicesse qualcosa, sia pure di amaro, di terribile. Ma Egli tutt’a un tratto si avvicina al vecchio in silenzio e lo bacia piano sulle esangui labbra novantenni. Ed ecco tutta la Sua risposta. Il vecchio sussulta. Gli angoli delle labbra hanno avuto un fremito; egli va verso la porta, la spalanca e Gli dice: “Vattene e non venir piú... non venire mai piú... mai piú!”. E Lo lascia andare per “le vie oscure della città”. Il Prigioniero si allontana.

– E il vecchio?

– Il bacio gli arde nel cuore, ma il vecchio persiste nella sua idea.

F. M. Dostoevskij, I fratelli Karamazov, Garzanti, Milano, 1979, vol. I, pagg. 263 e 282

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Ezechiele 25:16
 
"E Dio sverginò il suo primo blog con del'ottimo, sanissimo, divino spam..."